il fenicottero malato di nostalgia

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“Quando ogni luce è spenta
E non vedo che i miei pensieri,
Un’Eva mi mette sugli occhi
La tela dei paradisi perduti.”

G. Ungaretti, “Canto”

 

 

Un giorno nel cielo sopra al Bosco accadde una cosa insolita.
Si vide una nuvola rosa che girava, saliva verso l’alto e puntava poi veloce verso il basso, cambiando continuamente forma e volteggiando per l’aria.
Finché, a un tratto, dalla nuvola si staccò un puntino bianco e rosa che cominciò a scendere, sempre più velocemente, e quando fu sul punto di atterrare ecco che tutti si accorsero che era un animale come loro, anche se straniero.
Corsero veloci verso il luogo dove era caduto e videro un bellissimo uccello con delle lunghe zampe che reclinava la testa verso un’ala da cui usciva un fiotto di sangue.
Il vecchio Sapiens gli si avvicinò, lo aiutò a tamponarsi la ferita con delle erbe che strappò da un cespuglio lì vicino, scegliendole con cura e poi gli chiese: «Chi sei tu che noi non abbiamo mai visto nel nostro bosco?».
L’animale diede un ultimo sguardo alla nuvola che sorvolava ancora il bosco prima di sparire all’orizzonte, poi emise un gran sospiro e disse piano piano: «Sono un fenicottero».
«E che cosa ti è successo all’ala?» chiesero i cuccioli sorpresi e stupiti, perché loro non conoscevano le armi dei cacciatori.
«Ero in volo con i miei compagni verso il paese degli asfodeli quando un cacciatore mi ha colpito.»
«Ma allora è per questo che non riesci più a volare e che ti sei staccato dai tuoi compagni?»
«Sì, perché loro devono raggiungere il Sud prima che arrivi il freddo dell’inverno e non potevo far aspettare tutto lo stormo; io avrò bisogno di molto tempo prima di guarire, se riuscirò a farlo.»
«Perché non dovresti guarire?» chiesero ancora i cuccioli.
«Perché io non sono abituato a vivere in un bosco» rispose il fenicottero «e non so neanche come si faccia a sopravvivere qui. Io so come si vive vicino al mare, negli stagni spaziosi dove l’inverno piove, ma l’aria è tiepida, mentre in un bosco c’è molto più freddo.»
«Ma noi ce la facciamo tutti» rispose un altro. «Se tu vuoi, possiamo aiutarti perché noi siamo nati e vissuti qui e conosciamo bene il nostro mondo.»
E fu così che il fenicottero ferito fu adottato seduta stante dagli abitanti del Bosco.
Il primo punto da risolvere fu quello di trovargli un luogo nel quale vivere, che non fosse troppo diverso dal suo luogo naturale .
Sulle rive di un laghetto fu costruito un capanno di frasche che proteggesse il fenicottero dalla rigida tramontana dell’inverno e dalla caduta della neve e che permettesse all’acqua di non gelare durante il grande freddo.
Il fenicottero fu trasportato sotto il capanno e gli fu preparato un giaciglio di paglia soffice e calda su cui sdraiarsi quando la ferita gli faceva troppo male.
Giorno dopo giorno i cuccioli presero l’abitudine di arrivare da lui un po’ prima che iniziasse la Scuola dello Spiazzo, per fargli compagnia e farsi raccontare le storie dei paesi lontani da cui proveniva.
«Raccontaci com’è il mare» gli chiesero un giorno i cuccioli, che su questo punto erano sempre molto curiosi.
«La prima volta che ho visto il mare» rispose il fenicottero «è stato quando ho imparato a volare e i miei genitori mi hanno fatto fare un giro sopra lo stagno. Io sono rimasto così affascinato che mi si è mozzato il fiato in gola e sono rimasto senza respiro.»
«Ma perché fai fatica qualche volta a respirare?» chiese incuriosito un piccolo.
«Perché mi fa male la ferita all’ala» rispose tristemente il fenicottero. «Per me volare vuol dire vivere e l’ala ferita mi impedisce di farlo. Allora la mia immaginazione torna sempre al paese degli asfodeli, che è il luogo dove sono volato tutti gli inverni della mia vita. Ma lo starne così lontano mi fa proprio male.»
«Ma allora è come se tu avessi due ferite, una dentro e una fuori» notò stupito il cucciolo.
«Eh, sì» ribatté il fenicottero, triste per la constatazione, ma sollevato nel sentire che qualcuno capiva ciò che gli succedeva. « È proprio come se avessi due ferite: una dentro e una fuori».
«Ma le ferite devono essere curate» disse un altro piccolo che ascoltava attentamente.
«I vecchi ti stanno curando la ferita all’ala, ma chi ti cura la ferita dentro?»
«Quella è difficile da curare» rispose il fenicottero con una voce così bassa che fecero tutti molta fatica a capire. « È per questo che fa ancora male.»
«Ma allora bisogna trovare il modo di curare anche quella» ribatterono fermamente i cuccioli.
E da quel momento decisero di cercare di curargli quell’altra ferita dentro, che non si vedeva, ma che faceva male. Però si resero ben presto conto che non era facile curare una ferita dentro che era invisibile e non si sapeva neanche dove fosse, anche se si sapeva che faceva male.
«Quand’è che la tua ferita dentro fa meno male?» chiesero un giorno al fenicottero.
« È quando voi mi chiedete di parlare del mare e degli stagni da cui provengo, perché allora il parlarne è come se creasse in aria un grande ponte sospeso che mi fa arrivare là e non mi fa sentire lontano, così soffro meno di nostalgia.»
«Allora il parlarne serve a vincere la distanza fra te e loro!» osservò un piccolo.
«Credo di sì, perché in quel momento la mia ferita dentro fa meno male, e io mi sento meglio, quasi come se fossi là» rispose il fenicottero.
I cuccioli decisero dunque che per curargli la ferita dentro bisognava cominciare a far parlare il fenicottero del paese degli asfodeli, e questo li rese molto contenti perché imparare delle cose nuove era proprio ciò che loro desideravano di più, visto che tutti i piccoli sono curiosi e amano molto la parola «perché».
«Ma che cos’è esattamente un asfodelo?» gli chiese un giorno uno che fino a quel momento non aveva osato chiederglielo perché il fenicottero ne parlava sempre come se fosse una cosa che tutti dovessero conoscere.
«Oh, è un fiore bellissimo, è quello preferito da noi fenicotteri perché ci assomiglia: ha il gambo lungo come le nostre zampe e ha il nostro stesso colore, che è quello delle dita dell’aurora» rispose il fenicottero con un sospiro. «L’asfodelo segna il periodo in cui noi fenicotteri stiamo là, ed è per questo che per noi quella è la terra degli asfodeli. E poi è un fiore molto generoso, che cresce dappertutto chiedendo molto poco in cambio: riesce persino a far fiorire le rocce con pochissima terra portata dal vento.»
E man mano che il fenicottero parlava, i cuccioli del Bosco venivano trasportati dalle sue parole al paese degli asfodeli, attraverso il ponte che le parole dell’animale ferito costruivano nel cielo.
Ma ogni volta si verificava sempre la stessa storia: alla fine del racconto era come se i cuccioli tornassero tutti al loro bosco attraverso il ponte, ma il fenicottero non li accompagnasse più e rimanesse la, da qualche parte, immerso nella nostalgia di quei posti. Passò così un po’ di tempo, ma le ferite del fenicottero non accennavano a guarire.
Erano sì migliorate un poco, soprattutto quella all’ala, ma anche quest’ultima faceva molta fatica a rimarginare.
« È un po’ strano,» disse un giorno il vecchio Sapiens «perché queste erbe sono molto potenti e di solito fanno guarire le ferite in pochissimo tempo, mentre la tua sembra molto più lenta, come se non riuscisse a guarire del tutto.»
«Ma forse la ferita all’ala non può rimarginare bene finché c’è ancora la ferita dentro che fa male» osservò uno dei cuccioli.
« È vero;» rispose il fenicottero «è come se qualcosa di me fosse da un’altra parte e allora mi sento un po’ strano e diviso in due.»
«Ma non si deve essere contenti quando si sta così» osservò un cucciolo «perché uno non sa mai dov’è esattamente.»
L’ultima cosa che restava da fare era dunque quella di portare il fenicottero alla Scuola dello Spiazzo, dove si imparava a mettere insieme tutte le parti, come era sempre stato fatto nella storia del bosco, dall’inizio di tutti i cicli.
Sera dopo sera, i cuccioli aiutarono il fenicottero ferito ad arrivare allo Spiazzo, e anche lui poté cominciare ad ascoltare le storie del bosco e a scoprire che esistevano anche lì delle cose molto belle che non conosceva.
E quando cadde la neve, che non aveva mai visto, al fenicottero si fermò il respiro in gola per la meraviglia, proprio come gli era successo la prima volta che aveva visto il mare.
E anche lui imparò a conoscere e ad amare il silenzio del bosco sotto tutto quel manto bianco.
E quando il sole si fece un po’ più tiepido e la neve si sciolse, si accorse che la terra si stava preparando un vestito nuovo, fatto di fiori diversi dai suoi asfodeli, ma altrettanto belli, perché invece di avere il colore dell’aurora avevano catturato quello giallo oro del sole del pomeriggio.
Finché un giorno, alla fine di un racconto sul Paese degli Stagni, nel momento esatto in cui di solito il fenicottero restava silenzioso perché una sua parte era rimasta altrove, ecco che i cuccioli sentirono la sua voce allegra che diceva sorpresa: «Guardate, è nato un nuovo fiore!».
Si voltarono verso la direzione in cui guardava il fenicottero e videro uno splendido cespuglio di primule gialle. I cuccioli restarono un po’ incerti. Guardavano un po’ il cespuglio e un po’ il fenicottero che lo fissava ammirato. Poi alla fine si sentì un gran chiasso: «Evviva, evviva, ce l’abbiamo fatta!» gridarono facendo un girotondo per lo spiazzo.
«Fatta a fare che cosa?» chiese il fenicottero stupito perché non capiva proprio.
«A farti tornare tutto intero nel bosco insieme a noi» risposero divertiti i cuccioli. «Guarda la tua ferita all’ala: è guarita. Si vede che anche quella dentro non fa più male. Andiamo a chiamare gli anziani per fargliela vedere.» Il fenicottero si guardò stupito: era proprio vero, la sua ferita all’ala era completamente guarita. Provò a chiudere gli occhi per concentrarsi e sentire se la ferita dentro faceva ancora male, ma questa volta gli sembrò di stare molto meglio .
Fu allora che capì.
Quando finalmente Sapiens arrivò col corteo dei cuccioli, controllò anche lui e si rese conto che avevano proprio ragione loro.
«Io credo che al prossimo passaggio dei tuoi compagni tu sarai pronto a partire con loro» disse commosso il vecchio. «La tua ala ormai è guarita e la ferita dentro non fa più male.
È stato quando ti sei potuto separare dalla malinconia che ti faceva tornare sempre al paese degli asfodeli che hai potuto scoprire e amare il bosco che ti ha accolto e curato.
Anche quando passeranno i tuoi compagni fenicotteri dovrai di nuovo separarti e questa volta da noi.
Avrai un po’ di malinconia a farlo, ma in compenso potrai volare con loro verso il mare e gli stagni orlati di asfodeli.»
Passò anche l’estate del bosco e all’arrivo dell’autunno, un giorno in cui l’aria era particolarmente frizzante e limpida, si vide una nuvola rosa che sorvolava l’orizzonte lontano e poi poco a poco tutto il cielo dello Spiazzo.
Erano i compagni del fenicottero che erano tornati al Nord a primavera e che ora venivano a riprenderselo per partire con lui.
Il fenicottero salutò tutti i suoi amici del bosco, poi, piano piano cominciò a volare fino a diventare un puntino nel cielo e infine sparì in mezzo alla nuvola rosa che fece un altro giro e si allontanò verso l’orizzonte in direzione del Sud.
Gli animali del bosco all’inizio si guardarono con un po’ di malinconia, poi tornarono alle loro occupazioni perché l’inverno si avvicinava e c’erano tante cose da preparare.
Quella sera la lezione della Scuola dello Spiazzo fu dedicata agli abiti della terra in primavera: quello di asfodeli e quello di primule erano semplicemente abiti diversi, ma chi se ne adornava era la terra, sempre la stessa, da sempre, ogni anno a primavera.
E da allora, ogni autunno, quando le giornate sono particolarmente limpide e frizzanti, gli abitanti del bosco scrutano l’orizzonte in attesa di una nuvola rosa, che puntualmente arriva, si abbassa in volo a salutare la Scuola della Spiazzo, per riprendere poi il suo viaggio, verso il Sud, alla ricerca del sole.

Alba Marcoli, “Il Bambino nascosto